Anni fa, cinque per la precisione, un amico scrittore, Stefano Massaron, mi intervistò per il suo sito sul tema Revenge P0rn e sulla scoperta di un gruppo Telegram in cui compagni, mariti e addirittura padri, condividevano le foto delle loro donne e giovani donne per commentarle con altri uomini. Abbiamo approfondito l’importanza di non farne una battaglia esclusivamente femminile, ma di far comprendere agli uomini quanto fosse fondamentale prendere una posizione al riguardo.
Sono passati cinque anni ed è di qualche settimana fa la notizia di un gruppo di 32000 persone su Facebook in cui mariti e compagni condividevano foto intime delle persone che hanno accanto e la cosa non mi stupisce. Il gruppo è solo la manifestazione di una serie di problematiche profonde, dove il tema dell’oggettificazione della donna viene superato da una ricerca di conferme sul proprio valore e sulla propria attrattività tramite l’approvazione e l’ammirazione che le foto delle proprie mogli suscitano negli altri. Viene superato da una dipendenza dal giudizio altrui, da un bisogno insaziabile di essere riconosciuti e ammirati attraverso il possesso di una partner desiderabile, da un sistema di valori distorto in cui il successo relazionale viene misurato da quanto la propria compagna possa attrarre anche altre persone. Si va ben oltre la goliardia e la mancanza di rispetto per l’assenza di un consenso delle donne di cui vengono condivise foto. Parliamo di dinamiche che alimentano il ciclo di tossicità che è alla base della violenza di genere.
La cosa non mi stupisce, ma non mi rassegno e sostengo fortemente l’idea che sia prioritaria la diffusione dell’educazione affettiva e sessuale non solo nelle scuole, ma anche e soprattutto in famiglia. Non tanto per “dare” il buon esempio, quanto per “essere” modelli di rispetto dell’altro e della sua soggettività, mettendo da parte possesso e oggettificazione.

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