Alcuni libri restano regolarmente fuori dalla libreria; che sia per lavoro o che sia per vita privata, la loro consultazione è un piacevole appuntamento quotidiano. È tra questi “Le radici e le ali. Risorse, compiti e insidie della famiglia“, scritto da Giovanni Abignente, psicologo e psicoterapeuta, nel 2002, un anno prima di morire. Non è solo in qualità di figlia dell’autore che sono legata alle parole di questo testo. Le sue parole mi hanno guidato nella vita affettiva, nel percorso di adozione, nell’essere mamma, nella creazione di una famiglia e, non ultimo, nel mio approccio alla professione, prima come musicoterapeuta e poi come psicologa. Riporto un breve estratto dal capitolo Incontro e innamoramento, paragrafo La coppia come fuga:
” […] Spesso accade che l’uno o l’altra – o ambedue- assegni al partner, in gran parte inconsciamente, il compito di soddisfare dei bisogni emotivi che invano ha atteso per lungo tempo di veder soddisfatti dalla madre o dal padre: attenzione, cura, tenerezza, approvazione, riconoscimento del proprio valore, fermezza, guida… La ricerca, talora disperata, di un genitore buono che prenda il posto di genitori inadeguati del passato, apre in genere la via ad una vita di coppia problematica e frustrante.
“… Quando ci sono delle difficoltà di coppia, la richiesta che viene fatta al partner è di riempire i bisogni a cui i propri genitori non hanno risposto. Anche se questo avviene all’interno del matrimonio, si tratta in realtà di una relazione genitore-bambino. Molte persone selezionano il partner in base al fatto che é diverso dal genitore per poi accorgersi più tardi che esso (il partner) non fa che sollevare gli stessi problemi che si cercava di eliminare. Credo che questo percorso sia riconducibile a un’incompleta separazione dal proprio genitore. I partner sono attirati l’uno verso l’altro inconsapevolmente da un’ardenza emotiva e psicologica di cui sono assolutamente ignari. È ovvio che le persone ancora molto dipendenti dai genitori tendano a ripetere con l’altro gli stessi giochi. E il gioco è giocato da entrambi”. Satir V. 1999, Il cambiamento nella coppia, in Andolfi M. (a cura di), La crisi della coppia. Una prospettiva sistemico-relazionale, Raffaello Cortina, Milano, p.21
D’altra parte, nei partner di una coppia di età non più giovane, il timore o l’angoscia di rimanere single senza averlo scelto può spingere a cogliere al volo un’occasione che si è presentata anche in questo caso tralasciando di verificare se esistono realmente le premesse per un’unione soddisfacente.
La fuga nella coppia può tentare anche un ragazzo o una ragazza che non abbia raggiunto un soddisfacente livello di maturità e di autonomia. In tal caso può, consapevolmente o meno, ricercare nell’altro un sostegno o un complemento per gli aspetti di sé che sente carenti o non abbastanza sviluppati. Finisce così per utilizzare il proprio partner come un salvatore chiamato a soddisfare i propri bisogno personali piuttosto che come interlocutore reale in un rapporto fra adulti.
È quel che succede – un esempio fra i tanti possibili – quando una ragazza si sente incapace di affrontare le prove e le difficoltà che comporta l’inserimento nella vita adulta: scelte di lavoro, relazioni competitive o collaborative con gli altri, assunzioni di responsabilità diverse. Può allora, senza rendersene realmente conto, innamorarsi di un ragazzo dotato di decisione, forza di volontà, energia, che possa diventare il motore trainante nella coppia, compensando la sua debolezza e liberandola, almeno in parte, dalla fatica dell’esistenza. È da notare che quasi sempre sono in gioco i bisogni complementari. Apparentemente è uno dei due che trova nell’altro il modo per compensare la propria inadeguatezza. In realtà, ognuno dei due trova un beneficio riuscendo a ottenere dal rapporto con l’altro la soddisfazione di un bisogno altrimenti non risolto. Così, nell’esempio riportato, la grande forza e decisione mostrata dal ragazzo può nascondere un suo reale sentimento di insicurezza: essere costretto a giocare con la propria compagna il ruolo del forte può incrementare la stima di sé, salvandolo da ciò che, a torto o a ragione, percepisce come la sua debolezza.
Quando la funzione unica, o almeno fortemente prevalente, di un rapporto di coppia è quello di compensare e risolvere, illusoriamente, delle forme di immaturità personale, si rischia di rimanere intrappolati in una relazione per altri versi altamente insoddisfacente. Se il bisogno di trovare nell’altro un sostegno alla propria fragilità rimane vivo, e rimane attiva la disponibilità del partner a giocare il ruolo richiesto, la storia della coppia può avere lunga durata, indipendentemente dalla maggiore o minore soddisfazione che i due riescono a trovarvi. Ma può avvenire che il partner apparentemente più fragile e dipendente cambi, acquisendo maggiore sicurezza personale: o che il partner apparentemente più forte o dominante cessi di aver bisogno di giocare il ruolo del salvatore; o che ambedue maturino, raggiungendo un livello più elevato di autonomia emotiva. È facile rendersi conto che, in questi casi, se la vita in comune non ha permesso ai due di trovare altre valide motivazioni per condividere l’esistenza al di là del bisogno di sanare in modo complementare delle difficoltà personali, il destino della coppia è segnato. Una buona parte delle separazioni coniugali è causata proprio dal venir meno di questa necessità di trovare nell’altro una sorta di protesi vivente a sostegno della propria debolezza.”
Nel 2002 non si parlava ancora in maniera così diffusa di tossicità, di manipolazioni, di narcisismo, di red flag. Mi sembra che le sue parole e quelle di Virginia Satir aiutino a ritrovare una lettura delle difficoltà della coppia spoglia da etichettature e stigmi che oggi invece impazzano nella psicologia pop.
Abignente G., 2002, Le radici e le ali. Risorse, compiti e insidie della famiglia, Liguori Editore, Napoli

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