La clinica contemporanea intercetta sempre più spesso vissuti che nascono all’incrocio tra corpo, identità e relazione digitale.
La prospettiva della cognizione incarnata proposta da Gallese permette di leggere questi fenomeni non come deviazioni dalla “vera” esperienza, ma come espressioni della continuità tra corpo biologico e ambienti mediali. I meccanismi di simulazione incarnata, infatti, operano anche nell’interazione digitale: riconosciamo intenzioni, emozioni e stati altrui attraverso video, avatar e immagini, attivando le stesse reti sensomotorie che utilizziamo nel faccia-a-faccia.
Dal punto di vista clinico, questo spiega perché selfie, filtri, deepfakes e contenuti iper-estetizzati influenzino l’immagine corporea, le dinamiche narcisistiche e la percezione di autenticita.
Non si tratta di fenomeni “superficiali”, ma di nuove forme di regolazione emotiva e costruzione del Sé che entrano nella stanza di terapia.
Allo stesso tempo, Gallese invita a evitare narrazioni catastrofiche: la letteratura mostra effetti minimi o non causali tra uso dei social e psicopatologia giovanile. La tecnologia diventa problematica soprattutto quando si intreccia con vulnerabilità preesistenti, contesti socioeconomici competitivi e modelli identitari centrati sulla performance.
Per la clinica, il compito non è demonizzare il digitale, ma comprenderne il ruolo nell’organizzazione dell’esperienza, esplorare come modifichi la relazione con il corpo e con l’altro, e inserirlo nella formulazione del caso come nuovo spazio di soggettivazione.
Riferimento bibliografico:
Gallese, V. (2024). Digital visions: the experience of self and others in the age of the digital revolution.

Lascia un commento