La connessione con gli altri è un imperativo biologico. È ciò di cui noi mammiferi abbiamo bisogno per sopravvivere: il nostro corpo ha bisogno di questa interazione per co-regolare lo stato biocomportamentale attraverso l’ingaggio sociale, in parole semplici, per aiutarsi a gestire le emozioni attraverso il contatto con gli altri.
La connessione funziona come un codice: se ci sentiamo al sicuro in presenza di un’altra persona, diveniamo accessibili e presenti, viviamo una relazione sana, possiamo condividere momenti di intimità. In uno stato di sicurezza, per usare il linguaggio di Stephen Porges, possiamo accedere al nostro lato ventro-vagale e fare così esperienza dell’amore. Attiviamo, cioè, quel circuito che ci fa sentire di essere al sicuro, che possiamo avvicinarci all’altro e che consente la secrezione di ossitocina per formare un legame e riconoscere che in quel rapporto non c’è minaccia. Tutto questo avviene attraverso dei segnali (tecnicamente di ingaggio sociale) che non rendono necessaria l’attivazione dei sistemi difensivi.
Capita, tuttavia, di osservare che in determinate situazioni ci sia una difficoltà a stabilire relazioni sociali e/o affettive di fiducia: pur avendo una visione idealizzata dell’amore e pur avendo il desiderio di accudire ed essere accudite, alcune persone di fronte ad altre non reagiscono come se fossero al sicuro, ma come se il loro corpo stesse valutando la sicurezza e dicesse “questa esperienza la conosco, è stata dolorosa in passato, può essere un rischio per me anche oggi”. La persona vorrebbe stabilire una relazione, ma il corpo ha l’obiettivo di mantenere l’individuo al sicuro e uno dei modi per proteggerlo è attraverso le dipendenze, tra cui, paradossalmente, anche la dipendenza affettiva.
La sicurezza ottimizza non solo le relazioni, ma l’intera esperienza umana: ci evolviamo per entrare negli stati difensivi per quei brevi periodi di tempo necessari a reagire al pericolo, scappando, lottando o immobilizzandoci, ma il perdurare in uno stato di difesa cronica compromette la nostra salute mentale e fisica. Sentirsi al sicuro, però, non è una decisione cognitiva, non è un’intenzione, ma un bisogno del nostro corpo di percepire e riuscire a percepire segnali di sicurezza. Essere al sicuro non significa eliminare la minaccia, ma imparare a riconoscere i messaggi neurocettivi del nostro corpo, attraverso l’esperienza bottom-up (cioè che parte dalle sensazioni), e imparare il significato di una co-regolazione sana. La letteratura sull’attaccamento racconta che tanto il trauma quanto la mancanza precoce di sintonia (un caregiver non in sintonia con i bisogni del bambino) divengono causa di una disregolazione emotiva (Schore 1994, 2003; van der Kilo 1994, 2011). Sperimentare un attaccamento insicuro può causare una percezione costante di pericolo e instaurare delle reazioni difensive anche quando non è necessario (e ciò che siamo soliti definire tossico può avere la sua origine da queste reazioni difensive). Al contrario, la sintonizzazione e la connessione nelle relazioni da adulti possono esercitare i circuiti neurali che supportano il senso di sicurezza.
La Teoria Polivagale ci permette così di capire come la relazione con un professionista possa intervenire migliorando il senso di sicurezza della persona attraverso una presenza costante che sia aperta e radicata, regolando così a livello relazionale le risposte di stress del sistema nervoso della persona e incentivando l’auto-esplorazione attraverso una più profonda comprensione di sé e della propria neurocezione.
Abignente F., Legami che regolano. Una lettura polivagale della dipendenza affettiva, 2025

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