La conclusione di una relazione affettiva non coincide necessariamente con la cessazione del legame con l’altro. Anche quando la separazione è già avvenuta sul piano concreto, possono permanere il desiderio di vicinanza, la ricerca di spiegazioni, il bisogno di comprendere ciò che l’altro pensa e, talvolta, il tentativo di individuare comportamenti che possano favorire un riavvicinamento.
È verosimilmente anche all’interno di questo spazio che può essere compresa la diffusione di contenuti dedicati alla cosiddetta “riconquista”: indicazioni relative ai tempi del contatto, alla distanza da mantenere, alle modalità comunicative e alla possibilità di riattivare interesse o attrazione nell’ex partner.
Più che domandarci se tali indicazioni siano, in termini assoluti, corrette o scorrette, può essere utile osservare il fenomeno da una prospettiva differente: quale bisogno intercetta la ricerca di una strategia dopo una separazione? E, parallelamente, che cosa è possibile affermare, sulla base della letteratura psicologica, rispetto ad alcuni dei processi più frequentemente chiamati in causa?
Una prima precisazione appare necessaria. Allo stato attuale della letteratura non disponiamo di un protocollo scientificamente validato di “riconquista”: non risultano studi controllati che abbiano dimostrato come una specifica sequenza di comportamenti aumenti in modo prevedibile la probabilità che un ex partner decida di riprendere una relazione.
Esiste, invece, una letteratura molto più ampia relativa ai processi di attaccamento, separazione, attrazione, intimità, desiderio e riparazione relazionale. È a questo livello che diventa possibile un confronto più rigoroso.
Quando la relazione termina ma il legame rimane attivo
Una relazione significativa svolge molteplici funzioni contemporaneamente. Il partner può rappresentare una figura di attaccamento, una fonte di regolazione emotiva, una presenza incorporata nelle abitudini quotidiane e nella rappresentazione del proprio futuro.
La cessazione della relazione non comporta quindi necessariamente un disinvestimento altrettanto rapido sul piano emotivo.
Eisma, Tõnus e de Jong hanno studiato persone che avevano vissuto una separazione rilevando una relazione positiva tra attaccamento ansioso, ruminazione e sofferenza successiva alla rottura. Il desiderio di mantenere il legame con l’ex risultava inoltre associato al yearning, ossia a un desiderio intenso e persistente di vicinanza, alla sofferenza post-separazione e a una tendenza automatica ad avvicinarsi agli stimoli associati all’ex partner. Gli stessi autori sottolineano che il disegno correlazionale e le caratteristiche del campione non consentono di stabilire rapporti causali. (sciencedirect.com)
Il dato risulta tuttavia rilevante perché descrive una condizione clinicamente riconoscibile: una relazione può essere conclusa mentre i sistemi motivazionali orientati alla vicinanza dell’altro continuano a rimanere attivi.
Un processo analogo emerge dagli studi sul monitoraggio dell’ex attraverso i social network. In una ricerca recente, articolata in quattro studi con metodologie longitudinali, sperimentali e di diario quotidiano, l’osservazione intenzionale o accidentale dell’ex sui social risultava associata a maggiore sofferenza, affettività negativa e gelosia. L’attaccamento ansioso tendeva inoltre ad amplificare alcuni di questi effetti. (doi.org)
In questa prospettiva, la ricerca di informazioni può assumere la funzione di mantenere una prossimità psicologica laddove quella relazionale non è più disponibile.
Controllare se l’altro abbia visualizzato un messaggio, interpretare una storia pubblicata sui social, osservare se frequenti qualcun altro o interrogarsi sul significato di un contatto inatteso può ridurre transitoriamente l’incertezza. Al tempo stesso, può contribuire a mantenere l’attenzione costantemente organizzata intorno alla relazione conclusa.
È all’interno di questa tensione che la ricerca di una strategia può acquisire un significato specifico.
Il bisogno di una strategia come tentativo di recuperare prevedibilità
La separazione introduce infatti un elemento particolarmente complesso da tollerare: una parte rilevante dell’esito non dipende più da noi.
Possiamo decidere se cercare l’altro, cosa comunicargli, se riflettere sul nostro comportamento e se modificare alcuni aspetti del nostro modo di stare nelle relazioni. Non possiamo, tuttavia, determinare ciò che l’altro proverà né quale scelta compirà.
Una strategia introduce una sequenza laddove la situazione appare incerta.
Definisce tempi, azioni e possibili interpretazioni: quando cercare l’altro, quando prendere distanza, come leggere un suo messaggio, come rispondere.
Non è necessario supporre che chi ricerca indicazioni di questo tipo presenti una specifica fragilità psicologica. Il tentativo di trasformare un’esperienza imprevedibile in qualcosa di maggiormente organizzato può essere letto come comprensibile.
La questione diventa piuttosto comprendere fino a che punto una strategia possa effettivamente intervenire sul processo che si propone di governare.
La distanza dopo una separazione
Una delle indicazioni più note consiste nel sospendere o ridurre il contatto con l’ex partner.
La ricerca offre alcune ragioni per cui la distanza possa essere utile, ma non necessariamente per la funzione alla quale viene talvolta ricondotta.
I dati sul monitoraggio dell’ex suggeriscono che ridurre l’esposizione continua alla persona e ai suoi segnali può favorire il processo di adattamento alla separazione, soprattutto quando il contatto assume la forma di controllo ripetuto, ricerca di rassicurazioni o monitoraggio dei social. (doi.org)
Questo risultato non dimostra, tuttavia, che l’assenza determini nell’ex un aumento dell’attrazione.
I due fenomeni appartengono a livelli differenti.
La distanza può avere una funzione regolativa per chi la sceglie: ridurre gli stimoli che mantengono elevata l’attivazione emotiva, interrompere temporaneamente la ricerca di segnali e recuperare una maggiore capacità di organizzare il proprio stato interno indipendentemente dalle risposte dell’altro.
Diverso è attribuirle la funzione di modificare intenzionalmente lo stato psicologico dell’ex.
La medesima condotta può quindi assumere significati profondamente differenti: prendere distanza per ridurre la propria dipendenza dai segnali dell’altro oppure prendere distanza affinché l’altro reagisca alla nostra assenza.
La letteratura fornisce un sostegno più consistente alla prima funzione che alla seconda.
Indisponibilità e attrazione: una relazione meno lineare di quanto possa apparire
Anche l’ipotesi secondo cui una maggiore indisponibilità possa incrementare l’interesse romantico è stata oggetto di ricerca.
Il cosiddetto playing hard to get, ossia il rendersi deliberatamente difficili da conquistare, non produce però effetti uniformi.
Una revisione della letteratura condotta da Houle, Barker e Pronin ha preso in esame 18 studi, mostrando come gli effetti possano dipendere dal grado di interesse già presente, dalla tolleranza individuale dell’incertezza, dagli stili di attaccamento e da altre caratteristiche della situazione relazionale. (pubmed.ncbi.nlm.nih.gov)
Particolarmente rilevante è la distinzione introdotta da Dai, Dong e Jia tra wanting e liking. Con wanting gli autori indicano la componente motivazionale, cioè quanto una persona sia spinta a perseguire l’altro; con liking si riferiscono invece alla componente affettiva, cioè a quanto l’altro venga effettivamente apprezzato.
Nei loro esperimenti, quando una persona era già psicologicamente impegnata nel tentativo di instaurare una relazione, una maggiore indisponibilità poteva aumentare il wanting e contemporaneamente diminuire il liking. Quando tale investimento iniziale non era presente, diminuivano entrambi. (gsb.stanford.edu)
Questa distinzione risulta rilevante perché problematizza un’associazione che rischia facilmente di essere data per scontata: quella tra essere cercati ed essere maggiormente desiderati come partner.
Un aumento dei messaggi, delle iniziative o della curiosità dell’altro può segnalare un incremento della motivazione all’inseguimento senza implicare necessariamente un aumento dell’intimità, della fiducia o della disponibilità a costruire nuovamente una relazione.
La risposta comportamentale, dunque, non coincide necessariamente con l’esito relazionale.
Gelosia e attivazione emotiva
Anche la gelosia viene talvolta interpretata come indicatore della permanenza di un legame: se la possibilità di perdere definitivamente l’altro provoca una reazione, si può essere portati a concludere che il sentimento sia ancora presente.
La gelosia rappresenta certamente una forma di attivazione in risposta a una minaccia reale o percepita alla relazione. La difficoltà consiste nel trasformare questa osservazione in una relazione causale semplice tra gelosia e riavvicinamento.
L’attivazione emotiva indica che qualcosa ha assunto salienza per la persona; non consente, da sola, di stabilire quale significato relazionale assumerà quella reazione.
Anche in questo caso può essere utile distinguere la capacità di un comportamento di produrre una risposta dalla sua capacità di creare le condizioni per una relazione.
Riparazione e attrazione non coincidono
Quando una relazione termina a seguito di conflitti, delusioni o trasgressioni, concentrarsi esclusivamente sul recupero dell’attrazione rischia inoltre di lasciare in secondo piano una questione differente: ciò che dovrebbe eventualmente essere riparato.
La letteratura sulle scuse offre un esempio particolarmente chiaro.
Forster e colleghi, attraverso un disegno sperimentale, hanno mostrato che le scuse possono favorire il perdono anche perché comunicano alla persona ferita il valore attribuito alla relazione. (nature.com)
Questo non implica che chiedere scusa determini una riconciliazione, né che ogni rottura richieda una scusa.
Indica tuttavia che, quando è avvenuta una reale ferita relazionale, l’assunzione di responsabilità può svolgere una funzione che difficilmente può essere sostituita da una strategia finalizzata esclusivamente al recupero della desiderabilità.
Prima ancora di interrogarsi su come riattivare l’interesse dell’altro, può essere necessario domandarsi quali processi abbiano prodotto la distanza e se tali condizioni siano realmente modificabili.
Ciò che la ricerca conosce dell’intimità e del desiderio
Se ci spostiamo dalla riconquista ai processi relazionali più generali, la ricerca offre alcune indicazioni relativamente consistenti.
Uno dei costrutti più studiati è la perceived partner responsiveness, cioè la percezione che il partner comprenda aspetti significativi della nostra esperienza, li valorizzi e risponda in maniera sensibile ai nostri bisogni.
Birnbaum e colleghi hanno rilevato che una maggiore responsività percepita può associarsi a un maggiore desiderio sessuale verso il partner; il processo sembra passare, almeno in parte, attraverso la sensazione di sentirsi speciali agli occhi dell’altro e attraverso una maggiore desiderabilità attribuita al partner stesso. (pubmed.ncbi.nlm.nih.gov)
Anche la possibilità di introdurre nella relazione esperienze nuove e moderatamente attivanti è stata oggetto di studio. Aron e colleghi, attraverso indagini naturalistiche e tre esperimenti, hanno riscontrato incrementi della qualità relazionale dopo la partecipazione congiunta ad attività nuove e stimolanti rispetto ad attività più ordinarie. (pubmed.ncbi.nlm.nih.gov)
Sarebbe tuttavia metodologicamente non preciso trasformare questi risultati in nuove tecniche di riconquista.
Questi studi descrivono processi che si sviluppano all’interno di una relazione e presuppongono, in forme differenti, una partecipazione reciproca.
La ricerca può indicare condizioni associate all’intimità, alla qualità relazionale o al desiderio. Non consente di concludere che una persona possa produrre unilateralmente tali stati nell’altra attraverso l’applicazione di una procedura.
Quando il desiderio di riconciliazione diventa difficile da lasciare
È a questo punto che può essere posta, con maggiore cautela, la questione della cosiddetta “dipendenza affettiva”.
La prima distinzione appare fondamentale: cercare informazioni su come recuperare una relazione non costituisce, di per sé, un indicatore di dipendenza affettiva.
Non risultano studi che abbiano validato la ricerca di strategie di riconquista come indicatore di love addiction, espressione traducibile come “dipendenza amorosa”, un costrutto che continua peraltro a presentare problemi di definizione e delimitazione teorica.
Anche il desiderio intenso che un ex partner torni può comparire all’interno di un processo non patologico di elaborazione della separazione.
Esistono però alcuni costrutti che consentono di comprendere meglio perché, per alcune persone, il disinvestimento possa risultare particolarmente complesso.
Uno dei più rilevanti è la fear of being single, cioè la paura di rimanere senza una relazione sentimentale.
Spielmann e colleghi hanno studiato questo fenomeno sia trasversalmente sia attraverso un diario quotidiano della durata di un mese in persone che avevano recentemente vissuto una separazione. Una maggiore paura di rimanere soli era associata a un maggiore desiderio persistente dell’ex. Nei giorni in cui la paura di essere single aumentava, aumentavano anche il desiderio dell’ex e i tentativi di rinnovare la relazione; le analisi temporali fornivano inoltre supporto all’ipotesi che fosse la paura della solitudine a precedere questi fenomeni più che il contrario. (pubmed.ncbi.nlm.nih.gov)
Studi sperimentali successivi hanno mostrato che rendere temporaneamente più salienti gli aspetti negativi dell’essere single può incrementare la paura di rimanere soli e influenzare il desiderio dell’ex e la disponibilità ad accettare relazioni meno soddisfacenti. (onlinelibrary.wiley.com)
Si tratta di risultati rilevanti, ma non autorizzano alcuna scorciatoia diagnostica.
Non possiamo inferire che chi cerca una strategia di riconquista presenti una dipendenza affettiva. Possiamo invece domandarci quale funzione abbia assunto il ritorno dell’altro all’interno del funzionamento complessivo della persona.
Il desiderio di riconciliazione può convivere con la capacità di mantenere altri investimenti, tollerare l’incertezza, riconoscere anche gli aspetti problematici della relazione e prendere in considerazione la possibilità che l’altro scelga diversamente.
In altre situazioni, invece, la possibilità che l’ex torni può progressivamente assumere il significato di una condizione necessaria per recuperare equilibrio, valore personale o continuità del proprio senso di sé.
È questa organizzazione complessiva, e non il singolo comportamento di ricerca, ad assumere eventualmente rilevanza clinica.
Dalla domanda “cosa devo fare?” alla domanda “cosa sta accadendo?”
La diffusione di strategie dedicate alla riconquista può allora essere letta anche come la risposta a un bisogno che precede le strategie stesse.
Quando una relazione termina, il desiderio di sapere cosa fare può intensificarsi perché consente di trasformare l’incertezza in azione.
Questo non rende la ricerca di indicazioni irrazionale né patologica. Può rappresentare un tentativo comprensibile di dare ordine a un’esperienza nella quale la persona sente di aver perso improvvisamente una parte importante della propria capacità di influire sugli eventi.
Dal punto di vista psicologico, tuttavia, può essere utile introdurre progressivamente una domanda ulteriore.
Non soltanto:
“Quale comportamento potrebbe favorire un riavvicinamento?”
ma anche:
“Che cosa rende, in questo momento, così importante riuscire a prevedere e orientare la risposta dell’altro?”
Si tratta di interrogativi differenti.
Il primo riguarda la relazione come possibile esito; il secondo permette di osservare ciò che la separazione ha attivato: la paura della perdita, la tollerabilità della distanza, il significato attribuito alla solitudine, il modo in cui il partner contribuiva alla regolazione emotiva e il rapporto tra continuità della relazione e continuità del proprio senso di sé.
Non si tratta di sostenere che desiderare una riconciliazione sia necessariamente problematico. Due persone possono separarsi e successivamente costruire una relazione differente.
Perché ciò avvenga, tuttavia, il ritorno non può essere considerato semplicemente come l’esito di una tecnica applicata da uno dei due.
Esiste sempre una seconda soggettività.
Possiamo modificare il nostro modo di comunicare, comprendere meglio ciò che è accaduto, riconoscere la nostra parte nelle dinamiche che hanno contribuito alla rottura, esprimere un desiderio di riavvicinamento e rendere possibile un incontro.
Non possiamo garantire la reciprocità.
È probabilmente questo uno dei passaggi più complessi dopo una separazione: distinguere ciò che possiamo trasformare da ciò che appartiene alla libertà dell’altro.
La ricerca psicologica non può fornire una procedura capace di eliminare questa incertezza. Può però contribuire a comprenderla, a riconoscere i processi che mantengono attivo il legame dopo la rottura e, quando esiste una disponibilità reciproca, a individuare alcune condizioni che possono rendere possibile non semplicemente il ritorno alla relazione precedente, ma la costruzione di qualcosa di differente.
A quel punto la domanda iniziale può essere riformulata.
Non soltanto “cosa devo fare perché torni?”, ma “che cosa sto cercando di recuperare attraverso il ritorno dell’altro, e che cosa dovrebbe realmente cambiare perché un eventuale ritorno possa assumere un significato diverso?”
Riferimenti bibliografici essenziali
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